Anche quest’anno sono le storiche sale dei Magazzini del Sale ad ospitare la seconda edizione di Animals. Il bestiario senese visto dagli artisti contemporanei; in mostra una sezione dedicata ai docenti e agli ex docenti dell’Istituto d’arte “Duccio di Boninsegna” ed una agli allievi della scuola; nomi più affermati del panorama artistico senese, come Veronica Finucci, Alessandro Grazi, Fabio Mazzieri, Monica Putti o Daniele Sasson solo per citarne alcuni, e giovani artisti si confrontano sul tradizionale tema del bestiario senese. La tendenza più evidente dell’intera rassegna si rivela in un figurativismo a tratti accademico e retorico, a tratti più libero e sintetico, ma sempre fortemente aderente all’iconografia popolare.
 
L’operazione artistica è il gesto che trasforma un documento storico nella rappresentazione universale di un’immagine, assurta talvolta ad ideale; una fonte depositaria della tradizione riemerge sotto forma di visione, passione smodata o semplice anelito, attraverso una sorta di reminiscenza platonica, non molto dissimile dall’inconscio collettivo che origina un tipo di simbolismo iconografico, sempre inequivocabilmente riconoscibile.
 
Siena si impone come modello di questa dinamica, una comunità, quindi, che garantisce continuità alla memoria, fondata sulla perpetuazione di valori condivisi, in cui la tribale venerazione di un totem animato dagli spiriti degli antenati, simbolo di esclusività, è paragonabile alla sublimazione rituale del furor senese nei giorni della festa: il caos che trova ordine, dopo il klimax estatico, all’ombra delle bandiere. In tal modo l’arte svela la sua origine antropologica, sia come bisogno connaturato all’uomo, nel senso di espressione o semplice testimonianza, sia come valore sociale, il suo rifarsi e crescere sulle tradizioni, con gli usi e costumi che rendono unica questa città che lascia depositare la sua storicità nella memoria di noi contemporanei.
 
In questo contesto la rappresentazione si alimenta di un descrittivismo puntuale, talvolta esasperato, limitato dagli spazi angusti dei colori che in prima istanza individuano e distinguono l’appartenenza. Qualsiasi visione più intima è guidata dalla partecipazione emotiva e deriva da questa la sua valenza espressiva. Momenti di straordinaria consuetudine, gesti eccezionalmente rituali, luoghi sorprendentemente familiari, sono il vero materiale della rassegna. I simboli più puri di un tessuto urbano unico nel suo sviluppo, aurea smaltata di un fermento perpetuo che trova la sua pace nella immagine fissa cucita sulle bandiere.
                  
                                                                                         Esther Biancotti